dariaDa quando sono stata invitata a parlare a questi incontri di presentazione del Progetto "Reti di familie accoglienti", nella mia mente si sono aperte infinite esperienze cliniche e personali. Da più di 20 anni mi occupo di accoglienza familiare in tutte le sue forme. Ho seguito tanti progetti, ed ho incontrato la bellezza, ma anche la fatica di chi decide di portare avanti un’esperienza che nel tempo è divenuta sempre più impopolare.

Impopolare, non perché non vi siano bisogni che dovrebbero essere in qualche modo accolti, anzi, ma perché viviamo in una società che rende questo linguaggio dell’accoglienza “straniero”, e non uso questo termine a caso vista la realtà attuale.

Oggi prendersi cura di una persona, bambino o adulto che sia, che non appartiene alla mia famiglia o con cui non ho un inter-scambio alla pari (tu porti mio figlio a scuola, io porto il tuo a nuovo), è estremamente raro. È difficile dare e chiedere aiuto, è difficile affidare e affidarsi. L’altro facilmente è visto come un estraneo portatore di minaccia, piuttosto che dono.

Recentemente sono stata chiamata a parlare a una conferenza il cui titolo era: “Presenze assenti”. Riflettendo su questo titolo, mi sono resa conto di quanto siamo presenti, siamo troppo in tutto, pervasi da uno stato di ansia costante, non abbiamo mai tempo per niente. Questo però non corrisponde a una condizione di benessere, di felicità. Questo correre a testa bassa, non ci da un senso di pienezza, ma piuttosto rimane inspiegabilmente un senso di vuoto o di incompletezza. Quindi facciamo di più, corriamo di più, occupiamo la nostra mente di immagini e suoni…ma nulla cambia, il senso di insoddisfazione rimane.

Siamo, infatti, poco presenti a noi stessi e alle relazioni. Parole come: assenza, distrazione, guardare senza vedere, sentire senza ascoltare, sembrano raccontare questo nostro modo di esistere.

Questo porta le famiglie a vivere una costante, anche se non sempre consapevole, sensazione di non avere abbastanza energia se non per sé stessi, o al massimo per il proprio ristretto nucleo famigliare.

Mi sono chiesta che cosa di questo mondo in cui viviamo ci porta a vivere, sempre più spesso, relazioni in cui rinunciamo a quello per cui, in realtà, siamo programmati fin da quando nasciamo.

Daniel Stern, grande studioso delle relazioni, dice che siamo fatti per agganciarci al sentire degli altri e che questa esperienza è tanto fondamentale, quanto mangiare, dormire, respirare.

Il nostro sistema nervoso è costruito per agganciarsi a quello degli altri esseri umani, in modo che possiamo fare esperienza degli altri come se ci trovassimo nella loro stessa pelle. Disponiamo di una sorta di canale affettivo diretto con i nostri simili, che ci consente di entrare in risonanza con loro, di partecipare alle loro esperienze e di condividere le nostre…La nostra vita mentale è frutto di una co creazione, di un dialogo continuo con le menti degli altri, che io chiamo matrice intersoggettiva” (D. Stern 2001)

Addirittura, quando un bambino è privato della possibilità di stare in una sintonizzazione con l’altro si lascia morire o si ritira in un mondo autistico.

La famiglia (nella sua accezione più ampia e inclusiva) dovrebbe essere, per eccellenza, il luogo delle relazioni, di corpi che si incontrano in modo profondo, luogo della comunicazione, dell’accoglienza. Spesso, invece, è un luogo in cui si sta distratti, presi da qualcosa che sta sempre altrove (tecnologie, iper-attivismo, ecc) in cui ci si guarda senza ascoltarsi, in cui non si riescono più a leggere i bisogni profondi. Il fare diviene un agire azioni convulse che spesso perdono il loro significato originario: si sta a tavola con il telefono in mano, lo studio e lo sport vengono vissuti quasi esclusivamente nella loro dimensione competitiva o hanno il fine di realizzare sogni più dei grandi che dei piccoli, perdendo il piacere dello stare insieme, del non far nulla (luogo di relazioni o creatività) o dell’ apprendere.

Fra i bisogni profondi che non riusciamo più ad ascoltare vi è quello dell’accoglienza.

Potremmo pensare che il prendersi cura degli altri, essendo un’esperienza complessa, adulta, gratuita, non possa essere messa nella categoria dei bisogni, ma piuttosto di un fare scelto e maturato. Il bisogno è l’ultima cosa a cui pensiamo quando parliamo dell’occuparci gratuitamente di qualcun altro, se non pensando a colui che viene aiutato. In realtà noi abbiamo bisogno di sperimentare la relazione, di farlo nella completezza dell’incontro fatto di reciprocità, proposte e controproposte, empatia e intimità.

Ci nutriamo dell’intimità, abbiamo bisogno di risuonare con l’altro, in una danza. Uno scambio in cui sia il dare che il ricevere, nutrono parti profonde di noi.

Ciò che credo sia interessante è come oggi nelle famiglie circoli una sentire strano: i genitori sono spesso molto presenti, invadenti, controllanti, ma ugualmente ciò che arriva ai figli è una “assenza”. I genitori ci sono, entrano nelle vite dei loro figli, ma quello che sembra essere prevalente è un porre l’accento sull’io piuttosto che sul NOI!

I bisogni che vengono ascoltati sono quelli, o del figlio che comanda, chiede, pretende, occupa tutto lo spazio possibile, o dei grandi che danno tanto, per avere tanto, sono tanto, per essere tanto. Spesso vi è una centratura sul bisogno dei grandi, con l’aspettativa che i figli “capiscano”. In queste storie, vedere un adulto che trova la giusta distanza è difficile: si è o troppo vicini o troppo lontani.

L’Io prevale su tutto, un io dei grandi e dei piccoli. Un io che non può permettersi di ascoltare ciò che il corpo racconta.

Per tutto questo, credo che oggi siamo davanti ad una sfida potentissima: quella di iniziare a ritornare a pensare nel NOI e provare a sognare modi possibili per prendersi cura gli uni degli altri all’ interno delle nostre complesse e variegate comunità. Occuparsi non solo dei miei figli, ma anche dei figli degli altri, infatti, diventa un modo per soddisfare a un bisogno fondamentale da cui dipende la “salvezza” della natura umana.

Dunque non dobbiamo avere paura di alzare lo sguardo, e vedere come intorno a noi vi siano tante famiglie che vivono in una condizione di fatica e vulnerabilità e che sono profondamente e drammaticamente sole. Bambini che non possono vivere la loro infanzia, perché presi da preoccupazioni da grandi o perché, semplicemente, le persone che si occupano di loro sono travolte dalle difficoltà della vita quotidiana e non hanno tempo e modo di accompagnare i loro figli nelle attività o esperienze che noi consideriamo “normali”. La nostra normalità, per qualcun altro, può essere fatta di ostacoli insormontabili. Dunque, alzare lo sguardo può voler dire accompagnare un bimbo nelle sue attività perché la mamma sola e con un neonato a carico, non ce la fa; far fare i compiti a una bimba i cui genitori non parlano la nostra lingua e non sanno proprio come aiutarla; far passare qualche pomeriggio di serenità ad un bimbo la cui mamma è sempre triste o ammalata…

Per ciò che riguarda il bisogno la situazione socio-economica e migratoria delle nostre città ci pone davanti ad una sfida forte e alla necessità di pensare la famiglia in difficoltà non solo come quella in cui le risorse genitoriali sono inadeguate, ma piuttosto realtà i cui disagi sono reattivi a situazioni di gravissima crisi sia personale che sociale. In questo senso la risposta di buon vicinato, può essere indubbiamente molto efficace, così come il pensare l’accoglienza non come l’ultima spiaggia in situazioni gravi, ma come una reale possibilità di sostegno in una fase di solitudine e difficoltà superabili.

Questa lettura pone davanti alla sfida di pensare a una “linea dell’accoglienza” in cui risulta essere fondamentale, tanto quanto altri interventi, l’esperienza di affiancamento nella quotidianità su aspetti molto concreti. Un continuum dove le famiglie accoglienti possono trovare il loro posto, nella loro specificità, tenendo conto momento per momento delle loro risorse e limiti.

Inoltre, oggi si è raggiunta la consapevolezza che, nel momento in cui le famiglie si aprano all’accoglienza, divengono quelle maggiormente in grado di mettere in atto interventi efficaci, in quanto detentori di un sapere unico che altre realtà, come per esempio i Servizi, per loro natura, non possono mettere in gioco.

La famiglia è un attore protagonista di questa esperienza.

In questi ultimi anni, pare essere stato molto difficile per le famiglie potersi riconoscere come risorsa, prese da un senso di confusione educativa e difficoltà nel definire la propria identità. Questo ha portato a perdere di vista il valore educativo del prendersi cura tra famiglie.

Le famiglie paiono essere entrate in un circolo vizioso che rende loro difficile riconoscere come l’isolamento e l’individualismo non solo non rendono felici, ma conducono sia l’adulto che il bambino ad essere sempre più fragili. Creare legami, infatti, rende più forti.

Il sollecitare le famiglie e i singoli all’accoglienza non nasce quindi da un’idea di super-famiglie, ma piuttosto dalla consapevolezza, come già detto, che l’accoglienza risponde ad un desiderio/bisogno profondo di ciascuno.

Il progetto di costruire delle reti di famiglie disponibili all’accoglienza, facilita tutto questo. Esso, infatti, ha come obiettivo primario quello di aiutare le famiglie a riscoprire e riconoscere le proprie risorse ed il piacere di creare dei legami, legittimandole nelle loro richieste di essere al centro di questa esperienza, con le proprie capacità, ma anche nel rispetto dei propri limiti.

Il fatto di costruire delle reti, sotto forma di gruppi territoriali composti da famiglie disponibili, consente di sostenersi e di abbassare il sentimento di inadeguatezza, solitudine o aumentare la creatività e le possibili risposte. Il fatto di essere parte di un gruppo dove tutti portano le loro fatiche, ma anche i passi avanti, può consentire di andare oltre la paura di buttarsi in una esperienza troppo grande, di fare scelte consapevoli e di passare da una dimensione ideale e di desiderio, a una più reale.

Le relazioni d’aiuto, infatti, seguono regole non “naturali”, nel senso che la spontaneità pur essendo fondamentale, risulta essere di fatto insufficiente a garantire la positività di tali esperienze. Le famiglie devono avere l’opportunità di riflettere sulle proprie risorse e sui propri limiti, sui “pre-giudizi”, sulla capacità di costruire relazioni e di affrontare crisi e cambiamenti. Inoltre coloro che si avvicinano al progetto, hanno la necessità di conoscere le dinamiche tipiche di relazioni in cui esiste un “patto educativo” e dunque le regole non sono dettate solo da chi vi partecipa, ma anche da terzi (Servizi, scuola, Associazioni, ecc) che fanno da regia e sostengono, ma anche che determinano un’ ulteriore complessità.  

Porsi in una relazione d’aiuto significa anche doversi confrontare con le resistenze e le fatiche di chi non vorrebbe trovarsi nella condizione di bisogno, e preferirebbe trovarsi in una dimensione più paritaria. Sostenersi tra famiglie, vuol dire essere in grado di ascoltarsi, di valorizzarsi e aiutarsi a riconoscere, nel rispetto delle storie e delle emozioni, dinamiche funzionali o disfunzionali.

Infine la famiglia che sostiene, dovrebbe, a sua volta, essere in grado di “chiedere aiuto”, di riconoscere le proprie fatiche e affidarsi ad altri in grado di aiutarli a riconoscere impasse comunicativi, resistenze interne al cambiamento e la propria responsabilità nella crisi.

Ecco, infine, per concludere vorrei citare una ragazza di 15 anni che, nel 2017, ha sfidato il mondo incatenandosi per 15 giorni davanti al parlamento Svedese: Greta Thunberg (di cui si è parlato tanto in questi giorni per la sua visita a Roma e l’incontro con il Papa). Il mio riferimento potrebbe sembrare a sproposito, visto che Greta parla di cambiamenti climatici e allarme ambientale. Io, però, non credo sia fuori luogo nominarla anche in questa sede, in quanto ella ci sollecita a pensare a ciò che ciascuno di noi lascerà ai propri figli. Io credo che tali riflessioni non riguardino solo il clima, ma anche il modo in cui noi viviamo le relazioni e ci apriamo agli altri: “Dite di amare i vostri figli più della vostra stessa vita… ma come vorreste essere ricordati?... Ciò che state o non state facendo oggi, influenzerà la mia vita e la vita dei miei figli e dei miei nipoti…”

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